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Farmacologia in Italia: Università e Industria

Gli eventi internazionali di carattere sia economico che sociale degli ultimi dieci anni hanno reso evidente la profonda trasformazione che anche il nostro Paese dovrà affrontare per costruire una realtà in cui le giovani generazioni possano realizzare il loro futuro. In questo scenario in cui la capacità di innovazione è la base indispensabile per qualsiasi idea di progresso, due realtà possono giocare un ruolo fondamentale, e queste sono la ricerca universitaria e quella industriale. In effetti, queste non sono mai state entità separate, ma ciò che oggi emerge con un’imprevedibile forza è la necessità che esse siano strutturalmente legate come più importante garanzia di successo. Questa considerazione è certamente valida in senso generale, ma lo è ancora di più nel mondo dell’innovazione farmaceutica e biotecnologica. Lo schema che con innegabile successo ha prevalso per decenni nell’industria farmaceutica è stato quello di aziende tanto grandi da includere sia la capacità di ricerca che di sviluppo in un orizzonte che iniziava e finiva all’interno di strutture ed impianti di anno in anno sempre più vaste ed autosufficienti. Molti fattori, tra cui le difficoltà crescenti nell’identificazione di nuovi bersagli terapeutici, ed il crescente tasso di insuccesso nelle fasi di sviluppo e nei trial clinici hanno messo in crisi questo modello.

Una recente analisi apparsa su Nature Reviews Drug Discovery (1) stimava che oltre il 50% di nuovi bersagli definiti d’interesse terapeutico erano stati ‘sopravalutati’ da ricercatori accademici, e che i risultati pubblicati non erano riproducibili nei laboratori dell’industria. Purtroppo la stessa analisi (1) ci dice che le cose non migliorano quando le ricerche su nuovi bersagli erano state condotte in laboratori industriali. La strategia di procedere ad acquisizioni successive di aziende piccole ma creative da parte di Big Pharma con una modesta pipeline è stata e a tutt’oggi rappresenta la principale risposta alla crisi. Ma una risposta sostenibile e migliore sembra essere quella di raccogliere con saggezza e intuizione dal mondo della ricerca universitaria quelle idee e sinergie che permettano a grandi e soprattutto a medie aziende di indirizzare la loro operatività su quelle fasi dello sviluppo in cui le loro capacità sono fondamentali ed indiscusse. L’università in un rapporto stretto e reciprocamente critico con l’industria deve invece garantire quell’area della scoperta precoce e della validazione dei bersagli che più efficacemente deriva dalla possibilità di dedicare anni di studio alla ricerca di base, che solo in un secondo momento diventa traslazionale e quindi finalizzata.

Se ciò è vero, è però altrettanto vero che l’università italiana, primo interlocutore della realtà industriale nazionale, deve mutare profondamente comportamento e indirizzo. Il comportamento che implica la cooptazione di allievi da parte dei loro maestri, in realtà geograficamente e culturalmente omogenee, conduce, infatti, a un’inesorabile ripetizione di modelli ed idee destinati ad una prevedibile sterilità culturale ed insufficiente innovazione. L’indirizzo prevalente dell’università di considerarsi un modo separato e impermeabile è l’altro elemento che deve mutare rapidamente. La presenza e coesistenza nei ‘laboratori universitari’ di altre strutture culturali e di conoscenza, tra cui, e principalmente, quelle industriali, è e sarà il modo per cambiare questo indirizzo verso un modello di forte interazione e produttività.

Un’università in cui non prevalga il merito basato sull’identificazione e la promozione di coloro i quali, uomini e donne, siano in grado con generosità e creatività ad accettare le sfide della conoscenza, non solo non rispetta il suo mandato, ma è destinata alla dequalificazione ed alla provincializzazione. D’altra parte, l’industria che senza coraggio e metodo non affronti le sfide della competizione internazionale, è destinata all’insuccesso e alla marginalizzazione. Alla domanda se esistono esperienze che nel nostro paese abbiano realizzato quest’ambizioso programma, la risposta è incerta e timida ma qualche cosa si sta muovendo, indicando una strada nuova che può e deve essere percorsa. Chiesi Farmaceutici e Università di Firenze con il Progetto FABER, in parte finanziato dalla Regione Toscana, hanno imboccato questo percorso con un investimento congiunto dedicato principalmente a risorse umane. Due gruppi di giovani ricercatori reclutati sia dall’Università che da Chiesi stanno già lavorando insieme con entusiasmo in questo programma. Il loro, ma anche il nostro futuro, è nelle loro mani e nelle loro menti.

Pierangelo Geppetti

 

Md – Professore of Farmacologia clinica – dipartimento di Farmacologia Preclinica e clinica – Università di Firenze – Firenze, Italia

 

 

1. Mullard a. reliability of ‘new drug target’ claims called into question. nature reviews drug discovery, 10, 643-644, 2011

 

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